
Insomma, tra una cosa e l’altra, passò una simana.
La notti era scurosa, non si vidiva manco una stiddra, erano tutte cummigliate da nuvole carriche d’acqua. La trazzera era proprio difficoltosa, spuntuna di massi sbucavano all’improvviso dai muretti di pietra, si raprivano buche che parivano voragini. La machina era vecchia e malannata, procedeva a scossoni, affannando. Per di più l’omo ch’era al volante addrumava i fari solo di tanto in tanto, per qualichi secondo, e doppo l’astutava: a quell’ora di notte e su quella trazzera non era facile che passava un’automobile epperciò la meglio era di non fare nasciri curiosità. A occhio e croce doveva mancare picca per arrivare a indovi voliva arrivare. Addrummò gli abbaglianti e a una ventina di metri di distanza, a mano dritta, vitti l’insegna scritta a mano e inchiovata a un palo. L’omo fermò la machina, astutò il motore, raprì lo sportello, scinnì. L’ariata umida e frisca faciva più pungente il sciàuro della campagna. L’omo tirò un respiro profunno e doppo, le mano in sachetta, principiò a caminare. A mezza strata venne pigliato da un pinsero. Si fermò. Quanto tempo ci aviva messo per arrivare? E se era troppo presto? Sapiva che era partito dal paisi eli picca passate le unnici e mezza, ma non aviva incontrato trafico e non arrinisciva a farsi capace di quanto aviva caminato con la machina. S’arrisolse. Cavò dalla sacchetta la torchia, l’addrummò per la durata di un lampo. Bastevole per vidire l’ora al ralogio che teneva al polso. Era la mezzanotte e deci. La jornata nova era principiata da deci minuti. Tutto a posto. Ripigliò a caminare.
Per sparare, l’omo stavolta non ebbe bisogno di silenziatore. Il botto l’avvertì solo qualichi cane lontano che si fece un’abbaiata senza convinzione, tanto per far vidire che si guadagnava la pagnotta.
Lunedì 29 settembiro Fazio s’appresentò in comissariato verso mezzojorno tenendo in mano un sacchetto di plastica, di quelli tipo supermercato.
