A parte Lisa, non c'erano altri pazienti per il momento. I lavori minerari erano stati sospesi dopo l'esplosione. I casi di depressione erano considerevolmente aumentati, ma nessuno di quelli che ne erano affetti era stato ricoverato. L'ultimo paziente a occupare un letto era stato il sabotatore che era morto in seguito all'attacco cardiaco.

Il viso di Lisa era pallido e tirato. Con gli occhi chiusi pareva quasi una maschera mortuaria. Ma, pensò Douglas, se la morte fosse così bella nessuno la temerebbe. I capelli corti le incorniciavano il viso delicato e parevano più scuri e lucidi in contrasto col bianco della federa e delle lenzuola.

Douglas abbassò lo sguardo e vide che la sua mano sinistra, appoggiata sul letto, era vicina a quella di Lisa. Il contrasto fra le due mani lo affascinava. La mano di lei era così piccola, delicata, quasi fragile accanto alla sua zampa massiccia dalle dita tozze. La mano di Lisa era quella di una ballerina, di una pittrice, di una musicista. La sua pareva creata apposta per scavare la roccia nelle cave lunari, per punzonare equazioni in un computer, per dare indicazioni e sottolineare ordini. Ma sapeva di quale forza fossero capaci quelle mani in apparenza tanto fragili; aveva sentito quelle dita artigliargli il braccio anche attraverso il tessuto spesso e rigido di una tuta pressurizzata.

Si alzò con un sospiro, e stirò i muscoli della schiena sollevando le braccia fino a sfiorare il soffitto con le dita.

Lisa aprì gli occhi e lo guardò. Lo sguardo di quegli occhi scuri smentiva la fragilità del viso. Rivelava un carattere deciso. Nonostante l'apparenza, Lisa era forte come una lama d'acciaio.



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