
La linea dell'alba corse verso ovest attraverso l'Atlantico, ma intanto la luce e il calore andavano diminuendo. Così come improvvisamente era divampato, così, da un istante all'altro, il sole perse di luminosità. Il caos era durato meno di un'ora. Se valutato sulla scala di valori termici della ribollente fornace solare, il fenomeno era assimilabile a una perturbazione di secondaria importanza, ma aveva ridotto in cenere due terzi del mondo abitato. Una coltre di fumo copriva l'Asia da Tokyo agli Urali, tutta l'Europa, l'Africa e l'Australia.
Gli americani sfuggirono all'ira del sole. O quasi.
Giù nelle viscere della terra, al di sotto del solido granito degli Urali, Vasily Brudnoy fissava inorridito lo schermo.
Era lo schermo più grande nel centro controllo missili, largo quindici metri abbondanti. Mostrava tutta l'Unione Sovietica con luci bianche che contrassegnavano le città più grandi, luci rosse che indicavano i centri militari, e grappoli di luci arancione che contrassegnavano i silos dei missili ICBM.
Vasily, capitano dopo dieci anni di servizio nell'Armata Rossa, sentiva sul collo il respiro ansante del generale Kubacheff.
— Riprovate Mosca — ordinò il generale.
Vasily premette i pulsanti corrispondenti sulla tastiera, premendo con la mano libera l'auricolare applicato all'orecchio sinistro. Stava chino in avanti, tutto intento, come se potesse costringere Mosca a rispondere grazie alla sua sola forza di volontà.
Niente. Solo il ronzìo dell'onda portante.
