— Non rispondono, signore.

Il generale Kubacheff si portò alle labbra una sigaretta turca. — Leningrado — ordinò brusco. E quando Vasily gli ripeté che non riceveva risposta, sbuffò una nuvola di fumo grigio. — Rostov. Gorki. Qualcuno deve rispondere!

Vasily provò. Invano. Teneva gli occhi fissi sullo schermo, perché non voleva vedere nessuno degli uomini e delle donne che stavano dietro di lui. Ma non poteva evitare il riflesso delle loro immagini sul vetro dello schermo. Sembrano già fantasmi, pensò. Sentiva i loro bisbigli, i loro mormoni di spavento. Sentiva la fredda, appiccicosa paura che si era impadronita della base militare sotterranea.

— Non risponde neanche Vorkuta? — chiese il generale, e c'era una nota di supplica nella sua voce aspra.

— No, signore.

— Bratsk?

— No.

Vasily sentì singhiozzare una donna. Il generale gli posò pesantemente la mano sulla spalla. — Non c'è più nessuno — disse con voce rotta. — Tocca a noi. Inviate l'ordine di lancio, continuate a inviarlo finché saranno stati lanciati tutti i missili. Tutti, fino all'ultimo.

— Mia madre — disse qualcuno con voce atona — viveva a Rostov.

Viveva. Pensavano già al passato. Vasily Petrovic Brudnoy tolse la copertura di sicurezza dal pulsante rosso, stringendo i denti tanto da sentire un dolore alle mascelle. Posò il pollice sul pulsante rosso e guardò lo schermo. Se gli americani hanno colpito i nostri silos, siamo fritti, pensò. Ma quasi immediatamente i grappoli di luce da arancione diventarono verdi.

Alle sue spalle, il generale Kubacheff borbottò: — Se non altro i comandi automatici funzionano ancora. Non sono riusciti a metterli fuori uso neanche i tiri diretti. Li avevamo sistemati bene in profondità. — Vasily sentì l'aroma, quasi il gusto dell'ultimo sbuffo di fumo della sua sigaretta. — Bene — disse. — Questa è la fine di tutto. Per lo meno, quei bastardi di americani non vivranno tanto da godersi la vittoria.



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