Non era capace di dare una risposta intelligente: ma la risposta vera era evidente nella sua anima… nelle anime di tutti coloro che ascoltavano e osservavano. Coloro-che-devono-essere-conservati potevano esistere o non esistere; e forse non esisteva neppure Marius. Ma il vampiro Lestat era reale, era la cosa più reale che conoscesse quell’immortale inesperto; e il vampiro Lestat era un avido demonio che metteva in pericolo la prosperità segreta della sua specie solo per farsi vedere, amare e ammirare dai mortali.

Per poco non rise in faccia al giovane. Era una battaglia così insignificante. Lestat comprendeva così bene quei tempi privi di fede, bisognava ammetterlo. Sì, aveva rivelato segreti che avrebbe dovuto custodire: ma così facendo non aveva tradito nulla e nessuno.

«Guardati dal vampiro Lestat», disse finalmente al giovane con un sorriso. «Su questa terra vi sono pochissimi immortali veri. Forse è uno di loro.»

Poi sollevò di peso il giovane e lo scostò. Varcò la porta e passò nella taverna.

Il locale, spazioso e ricco con i drappeggi di velluto nero e le appliques di bronzo laccato, era pieno di mortali chiassosi. I vampiri dello schermo si affacciavano dalle cornici dorate appese alle pareti rivestite di raso. Un organo suonava l’appassionata Toccata e fuga di Bach, tra un brusio di conversazioni e scrosci violenti di risate ebbre. La vista di quella vita esuberante gli piaceva. Gli piacevano persino l’odore antichissimo del malto e del vino e il rumo delle sigarette. E mentre si avviava all’uscita, si compiacque del contatto degli umani fragranti che lo sfioravano. Amava il fatto che i viventi non badassero affatto a lui.

E finalmente uscì nell’aria umida, tra i marciapiedi affollati della prima sera in Castro Street. Il cielo aveva ancora una levigata lucentezza argentea. Uomini e donne andavano e venivano in fretta per sfuggire alla pioggerella obliqua, ma s’intruppavano agli angoli in attesa che i grandi semafori colorati lampeggiassero e lanciassero i loro segnali.



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