Gli altoparlanti del negozio di dischi dall’altra parte della strada trasmettevano a tutto volume la voce di Lestat fra il rombo degli autobus che passavano e il sibilo delle ruote sull’asfalto bagnato

Nei miei sogni la tengo ancora fra le braccia, Angelo, amore, madre, E nei miei sogni bado le sue labbra, amante, musa, figlia. Lei mi diede la vita, Io le diedi la morte, Alla mia bella marchesa. E sulla Strada del Diavolo ci avviammo, Insieme come due orfani. E questa notte ode i miei inni di re e regine e antiche verità? Di voti infranti e sofferenze? Oppure è avviata su un sentiero lontano, Dove le rime e il canto non possono trovarla? Ritorna a me, mia Gabrielle, Mia bellissima marchesa. Il castello è in rovina in cima al colle, Il villaggio è sepolto dalla neve, Ma tu sei mia per sempre.

Dov’era la madre di Lestat?

La voce si spense in un sommesso zampillare di note elettriche che furono inghiottite dai rumori caotici. L’uomo si avviò nella brezza umida e raggiunse l’angolo. Era piacevole, quella viuzza affollata. Il fioraio vendeva ancora la sua mercé sotto il tendone. La macelleria era piena di gente che si recava a fare la spesa dopo il lavoro. Dietro le vetrate del caffè, i mortali consumavano il pasto della sera o indugiavano per leggere i giornali. Dozzine di persone attendevano l’autobus, e davanti al vecchio cinema di fronte s’era formata la fila.

Gabrielle era lì. Ne aveva la sensazione, vaga ma infallibile.

Quando arrivò sull’orlo del marciapiedi, si fermò con le spalle contro il lampione di ferro e respirò il vento fresco che scendeva dalla montagna. C’era una bella veduta della parte bassa della città, lungo l’ampia dirittura di Market Street. Ricordava un po’ un boulevard di Parigi. E tutto intorno, i dolci pendii urbani erano coperti dalle luci gaie delle finestre.



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