
Con riluttanza lasciò svanire l’immagine. Aveva un grande affetto per Louis. E non era un affetto saggio perché Louis aveva un’anima tenera e colta, ma non aveva nulla del potere abbagliante di Gabrielle o del figlio diabolico di questa. Tuttavia poteva darsi che Louis sopravvivesse a lungo, tanto quanto loro: ne era certo. Erano strane e diverse le varie forme di coraggio che permettevano di durare. Forse avevano qualcosa a che fare con la rassegnazione. Ma come spiegare allora Lestat che, sconfìtto e straziato, era comunque risorto? Lestat che non s’era mai rassegnato a nulla?
Non s’erano ancora trovati, Gabrielle e Louis. Ma andava bene così. Cosa doveva fare? Farli incontrare? Solo l’idea… E poi, presto l’avrebbe fatto Lestat.
Ma l’uomo aveva ripreso a sorridere. «Lestat, sei la più dannata delle creature! Sì, un principino viziato.» A poco a poco rievocò ogni dettaglio del volto e della figura di Lestat. Gli occhi come il ghiaccio che si oscuravano nella risata, il sorriso generoso, le sopracciglia che si inarcavano in un cipiglio infantile, i lampi improvvisi di ottimismo e di spirito blasfemo. Riusciva a immaginare anche il portamento felino, così raro in un uomo dalla struttura muscolosa. Tanta forza, sempre tanta forza e quell’ottimismo insopprimibile.
Il fatto era che non sapeva come giudicare quella sorpresa: sapeva soltanto che era divertito e affascinato. Naturalmente non pensava a vendicarsi di Lestat perché aveva rivelato i suoi segreti. E sicuramente Lestat aveva contato su questo… ma non si poteva mai sapere. Forse non se ne curava affatto. E a questo proposito, lui non ne sapeva più di quanto ne sapessero gli sciocchi nel bar.
