«Un piccolo bacio, mia cara.»

La ragazza chiuse gli occhi. I denti dell’uomo trapassarono istantaneamente l’arteria e la lingua lambì il sangue. Solo un assaggio. Un minuscolo lampo di calore si consumò nel cuore in un secondo. Poi si tirò indietro, con le labbra posate sulla gola delicata. Sentiva il palpito del suo sangue. La bramosia di berlo fino in fondo era quasi irresistibile. Peccato ed espiazione. La lasciò. Le assestò i riccioli morbidi e la guardò negli occhi annebbiati.

Non ricordare.

«Arnvederci», disse lei con un sorriso.


Rimase immobile sul marciapiedi deserto. E la sete, cupa e ignorata, si spense lentamente. Guardò la custodia di cartone della videocassetta.

«Una dozzina di canali», aveva detto la ragazza. «Li ho seguiti tutti.» Se era così, gli esseri affidati alle sue cure avevano già visto inevitabilmente Lestat sul grande schermo piazzato nel sacrario di fronte a loro. Molto tempo prima aveva installato l’antenna del satellite sul pendio sopra il tetto per captare le trasmissioni di tutto il mondo. Un piccolo congegno computerizzato cambiava il canale ogni ora. Per anni, avevano osservato impassibili mentre le immagini e i colori scorrevano davanti ai loro occhi senza vita. C’era stato un guizzo lievissimo quando avevano udito la voce di Lestat o avevano visto le loro immagini? O quando avevano udito i loro nomi cantati come in un inno?

Bene, presto l’avrebbe scoperto. Avrebbe mostrato loro la videocassetta. Avrebbe studiato i loro visi lucidi e immoti in cerca di qualcosa, qualunque cosa che non fosse soltanto il riflesso della luce.



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