«Ah, Marius, tu non disperi mai, vero? Non sei migliore di Lestat, con i tuoi sogni assurdi.»


Era mezzanotte, quando arrivò a casa.

Chiuse la porta d’acciaio sotto la neve turbinante. Rimase immobile per un momento e lasciò che l’aria calda lo avvolgesse. La tormenta che aveva attraversato gli aveva lacerato il viso, le orecchie e persino le dita guantate. Il tepore era così piacevole.

Ascoltò nel silenzio il suono familiare dei generatori giganteschi e la lieve pulsazione elettronica del televisore nel sacrario, molte decine di metri sotto di lui. Era Lestat che cantava? Sì. Senza dubbio erano le ultime, lugubri parole di un’altra canzone.

Si sfilò piano piano i guanti. Si tolse il copricapo e si passò le dita fra i capelli. Studiò il grande atrio e il salotto adiacente, cercando di scoprire se qualcuno era stato lì.

Naturalmente era quasi impossibile. Era a molti chilometri dall’ultimo avamposto del mondo moderno, in una grande distesa gelida e coperta di neve. Ma, spinto dalla forza dell’abitudine, osservava sempre tutto con attenzione. C’erano alcuni che avrebbero potuto penetrare nella fortezza, se avessero saputo dove si trovava.

Andava tutto bene. Si fermò davanti all’acquario gigantesco, la vasca grande come una stanza che confinava con la parte sud. L’aveva costruita con estrema cura, con vetro robustissimo e con l’equipaggiamento migliore. Guardò i banchi di pesci multicolori che gli passavano davanti, quindi cambiavano di colpo direzione nell’oscurità artificiale. Le colossali alghe ondeggiavano dolcemente, come una foresta colta in un ritmo ipnotico e sospinta dal soffio dolce dell’aeratore. Era uno spettacolo che non mancava mai di affascinarlo con la sua monotonia spettacolare. Gli occhi neri e tondi dei pesci gli ispiravano un brivido, e le fronde alte e agili delle alghe, con le affusolate foglie gialle, lo emozionavano vagamente: ma l’elemento principale era il movimento, il movimento costante.



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