Avete sentito la mia mancanza, miei amatissimi Akasha ed Enkil? Ah, la vecchia battuta scherzosa.

La ragione gli diceva, come sempre, che non sapevano se andava e veniva o non se ne curavano. Ma l’orgoglio gli suggeriva sempre un’altra possibilità. Il pazzo rinchiuso nella cella del manicomio non prova qualcosa per lo schiavo che gli porta l’acqua? Forse non era un paragone calzante. E senza dubbio non era generoso.

Sì, si erano mossi per Lestat, il principino viziato, questo era vero… Akasha per offrire il sangue della potenza, Enkil per vendicarsi. E Lestat poteva fare in eterno i suoi video su quell’episodio. Ma non era già stato provato una volta per tutte che in nessuno dei due era rimasto un barlume di lucidità? Senza dubbio, al massimo era una scintilla atavica che aveva balenato per un istante: era stato troppo facile ricacciarli nel silenzio e nell’immobilità, sul loro trono sterile.

Tuttavia l’episodio l’aveva amareggiato. Dopotutto non era mai stata sua intenzione trascendere le emozioni di un uomo pensante, ma piuttosto affinarle, reinventarle, goderne con una comprensione infinitamente perfettibile. E in quel momento aveva provato l’impulso di scagliarsi contro Lestat con un furore fin troppo umano.

O giovane, perché non prendi Coloro-che-devono-essere-conservati, dato che ti hanno dimostrato questo eccezionale favore? Ormai mi piacerebbe sbarazzarmi di loro. Porto addosso questo peso fin dagli albori dell’era cristiana.

Ma in verità, non era quello il suo sentimento più sottile. Né allora, né adesso. Era soltanto un’indulgenza temporanea. Amava Lestat come l’aveva amato sempre. Ogni regno ha bisogno di un principino viziato. E il silenzio del re e della regina era una benedizione non meno di una maledizione, forse. La canzone di Lestat diceva la verità in proposito. Ma chi avrebbe mai risolto il dubbio?



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