
Doveva ammettere un suo torto. Da qualche tempo, quando parlava con loro, usava toni acidi. Non era più il sommo sacerdote, quando entrava nel sacrario. No, c’era qualcosa d’insolente e sarcastico nella sua voce, ed era indegno di lui. Forse era ciò che chiamavano «il carattere moderno». Come si poteva vivere nel mondo dei missili che superavano la luna senza che una intollerabile coscienza di sé minacciasse ogni sillaba, anche la più banale? E non aveva mai ignorato il secolo in cui si trovava a vivere.
Di qualsiasi cosa si trattasse, doveva recarsi subito al sacrario. E avrebbe purificato adeguatamente i suoi pensieri. Non si sarebbe presentato con l’animo colmo di risentimento o di disperazione. Più tardi, dopo aver visionato i video, avrebbe proiettato per loro la registrazione. E sarebbe rimasto a guardare. Ma non se la sentiva di farlo adesso.
Entrò nell’ascensore d’acciaio e premette il pulsante. Il ronzio elettronico e l’improvvisa perdita del senso di gravita gli diedero un vago piacere sensuale. Il mondo del presente era pieno di tanti suoni che prima nessuno aveva mai udito. Era molto gradevole. E poi c’era la piacevole facilità di precipitare per decine di metri in un pozzo scavato nel ghiaccio compatto per raggiungere le camere sottostanti, illuminate elettricamente.
Aprì la porta ed entrò nel corridoio dal pavimento coperto di tappeti. Era di nuovo Lestat che cantava nel sacrario, una canzone più rapida e gioiosa, mentre la voce battagliava con un rullo di tamburi e con i convulsi gemiti elettronici.
Ma c’era qualcosa che non andava. I battenti erano spalancati. Com’era possibile? Lui solo conosceva il codice per la minuscola serie di pulsanti. La seconda coppia di battenti era aperta, e così pure la terza. In effetti poteva vedere il sacrario, anche se la visuale era in parte ostacolata dal muro di marmo bianco della piccola alcova. I lampi rossi e azzurri del teleschermo erano come la luce di un vecchio camino a gas.
