Fissava il dorso di Enkil che, a parte i capelli neri, era divenuto una sorta di statua di vetro opalescente attraverso la quale i colori e le luci si muovevano con una lieve distorsione. All’improvviso un bagliore fece sì che la figura diventasse la sorgente di fiochi raggi danzanti.

Scosse la testa. Non era possibile. Poi si scrollò. «Bene, Marius», si disse. «Procedi lentamente.»

Ma una dozzina di dubbi informi gli turbinava nella mente. Qualcuno era venuto lì, qualcuno più vecchio e più potente di lui, qualcuno che aveva scoperto Coloro-che-devono-essere-conservati e aveva fatto qualcosa d’indicibile! E tutto ciò era opera di Lestat! Lestat che aveva rivelato al mondo il suo segreto.

Gli tremavano le ginocchia. Incredibile! Non aveva provato simili debolezze mortali da tanto di quel tempo che ormai le aveva dimenticate. Prese dalla tasca un fazzoletto di lino e asciugò il velo di sudore sanguigno che gli copriva la fronte. Si avviò verso il trono, gli girò intorno e si trovò davanti alla figura del re.

Enkil era quale era stato per duemila anni, con i capelli neri stretti in lunghe trecciole sottili che gli cadevano sulle spalle. L’ampio collare d’oro spiccava sul petto glabro, il gonnellino di lino era immacolato e pieghettato con cura e gli anelli ornavano ancora le dita inerti.

Ma il corpo era vetro! Ed era completamente vuoto. Persino i grandi globi degli occhi erano trasparenti, e soltanto i cerchi indistinti definivano le iridi. No, un momento. Doveva osservare tutto. Là si vedevano le ossa, trasformate nella stessa sostanza della carne, la rete finissima delle vene e delle arterie e qualcosa di simile ai polmoni, ma ormai era tutto trasparente, tutto aveva la medesima consistenza. Che cosa gli avevano fatto?

E l’essere non aveva ancora concluso la metamorfosi. Sotto i suoi occhi stava perdendo i riflessi lattiginosi. Si prosciugava e diventava ancora più trasparente.



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