«Akasha!» gridò di nuovo.

Ma lei era scomparsa, e Marius continuava a precipitare. Poi il ghiaccio lo travolse, lo circondò e lo seppellì, gli frantumò le ossa delle braccia, delle gambe e del viso. Sentì il sangue scorrere sulla superficie bruciante e poi raggelarsi. Non poteva muoversi. Non poteva respirare. E la sofferenza era intensa, insopportabile. Rivide inesplicabilmente la giungla per un istante, come l’aveva vista in precedenza. La giungla calda e fetida, e qualcosa che l’attraversava. Poi sparì. E quando gridò, questa volta, lo fece per chiamare Lestat. Pericolo. Lestat, stai in guardia. Siamo tutti in pericolo.

Poi rimasero soltanto il freddo e la sofferenza. Perse i sensi. Stava giungendo un sogno, un sogno bellissimo, un sole caldo che splendeva in una radura erbosa. Sì, il sole benedetto. Il sogno s’era impadronito di lui. E le donne avevano i capelli rossi davvero incantevoli. Ma cos’era, ciò che giaceva sull’altare sotto le foglie appassite?

PARTE PRIMA

LA STRADA DEL VAMPIRO LESTAT

È una tentazione porre in un collage coerente l’ape, la catena montuosa, l’ombra del mio zoccolo… è una tentazione raggiungerli, imprigionato dal logico, immenso, mutevole filo molecolare del pensiero, attraverso ogni sostanza… È una tentazione dire che vedo in tutto ciò che vedo il punto dove l’ago ha incominciato a inserirsi nell’arazzo… ma, ah, tutto sembra l’intero e la parte… sia lunga vita all’occhio e al lucido cuore. Stan Rice da «Four Days in Another City» Some Lamb (1975)


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