— Benvenuto — rispose l’edificio. Il braccio esteso di Jackson lo aveva fatto arrivare alla portata del sensore. L’uomo infilò la siringa in tasca e passò nel portico di sicurezza.

— Dottor Jackson Aranow, per Ellie Lester.

— Un minuto, signore. Ecco qui. tutto a posto. Sono felice di poterle essere utile, signore.

— Grazie — rispose Jackson, un po’ irrigidito. Non gradiva proprio gli atteggiamenti affettati negli edifici.

L’ingresso era sfarzoso e grottesco. Il pavimento era programmato con mattoncini gialli che scivolavano ogni trenta secondi per formare un disegno diverso, che terminava contro le pareti vuote. C’era una venere verde neon con un orologio digitale nel ventre, seduta su un magnifico tavolinetto Sheraton di antiquariato posto accanto all’ascensore. L’ascensore parlò con voce musicale e acuta.

— Che tu sia il benvenuto, sahib. Sono molto felice che tu venga a visitare Memsahib Lester. Ti prego, guarda da questa parte, permettimi un’umile analisi di retina… grazie, sahib. Ti auguro ogni bene.

Jackson non pensava che Ellie Lester gli sarebbe piaciuta.

Fuori dalla porta dell’appartamento, si materializzò l’ologramma di un negro a piedi nudi che indossava una camicia a scacchi sbiadita. — Sto felice che tu qui, signore. Signorina Ellie aspettare te dentro, signore. — L’ologramma trascinò i piedi, sogghignò e appoggiò una mano traslucida sulla porta che si stava aprendo.

L’appartamento ricordava l’ingresso: un misto accuratamente composto di costosissimi pezzi di antiquariato e sfrontati kitsch: un ratto di cartapesta che mangiava il suo piccolo, appoggiato sopra una squisita credenza del diciottesimo secolo. Un televisore antico lustrato a specchio sotto una scultura a filamenti di diamante tutta ricoperta di polvere.



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