Non dovevo più temere la folla a causa del mio abito di fuliggine, ma piuttosto ero io ad essere temuto, come più alto ufficiale del ramo più rispettato del potere dello stato. Ora Dorcas viveva non più come una mia eguale, ma come se fosse stata, così l’aveva definita una volta la Cumana, la mia amante, nell’appartamento del Vincula a me riservato. I suoi consigli erano divenuti inutili o quasi, perché le difficoltà che ora mi opprimevano erano di carattere legale ed amministrativo, problemi che ero stato addestrato ad affrontare e di cui lei non sapeva nulla, e soprattutto perché raramente avevo il tempo e le energie necessari per spiegarle la natura di quei problemi, in modo che li potessimo discutere insieme.

Così, mentre rimanevo, un turno di guardia dopo l’altro, nella corte dell’arconte, Dorcas prese l’abitudine di gironzolare per la città, e noi, che eravamo rimasti sempre insieme durante l’ultima parte della primavera, giungemmo, ora che era estate, al punto di non vederci quasi più, condividendo appena il pasto serale e poi abbandonandoci esausti su un letto dove raramente facevamo qualcosa di più che addormentarci immediatamente, uno nelle braccia dell’altro.

Finalmente, arrivò la luna piena. Con quanta gioia la contemplai dal tetto della bertesca, verde come uno smeraldo nel suo manto di foreste e rotonda come il bordo di una coppa! Non ero ancora libero, dato che dovevo occuparmi di tutti i dettagli relativi alle pene ed all’amministrazione, che erano rimasti in sospeso durante la mia permanenza alla corte dell’arconte, ma almeno ero libero di dedicare a queste cose la mia piena attenzione, il che mi sembrava una cosa bella quasi quanto la libertà vera e propria. Il giorno successivo, invitai Dorcas a venire con me quando mi recai a fare un’ispezione nella parte sotterranea del Vincula.

Quello



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