Guardando quegli involti refrigerati Ethan si rese conto, alla fine, che lì dentro non c’erano affatto colture di tessuti, bensì dei semplici pezzi di organi interni, tagliati e refrigerati. Avrebbe dovuto ricavarne lui stesso le colture. Deglutì un groppo di saliva. Non é impossibile, si disse, cercando di rassicurarsi.

Trovò un paio di forbici, aprì un primo pacchetto e lasciò scivolare il roseo contenuto nel bagno nutriente di una bacinella termica, con un liquido plop. Attraverso il fluido trasparente lo contemplò, preoccupato e deluso. Forse avrebbe dovuto tagliarlo a strisce, per far giungere la soluzione nutriente a ogni strato… no, non ancora; il bisturi avrebbe potuto danneggiare la struttura delle cellule, congelate com’erano. Prima bisognava scongelare.

Aprì anche altri pacchetti, pervaso da un crescente disagio. Strano, molto strano. Qua c’era un blocco di carne grosso sei o sette volte più degli altri, vitreo e tondeggiante. Là ce n’era un altro piatto e bianco, simile a formaggio di campagna e un po’ repellente. Con improvviso sospetto contò i pacchetti. Erano trentotto. E quelli più grandi sul fondo dello scatolone…

Una volta, durante il servizio militare, lui s’era offerto volontario per il servizio di cucina nel reparto macelleria, forse affascinato da quel poco di rozza anatomia che là si eseguiva. Il ricordo gli piombò addosso come una mazzata.

— Questa roba — sibilò raucamente, a denti stretti, — è l’ovaia di una mucca!

Il suo esame del materiale fu attento e completo, e gli prese tutto il pomeriggio. Quand’ebbe finito, il laboratorio somigliava alla classe di dissezione anatomica del suo primo anno di zoologia, della quale Ethan conservava ancora sanguinose memorie, ma adesso era sicuro, più che sicuro.

Salito al piano di sopra, ci mancò poco che non aprisse con un calcio la porta dell’ufficio di Desroches. Si fermò sulla soglia a pugni stretti, faticando a controllare la rabbia che l’aveva invaso.



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