Il tuo sguardo è fisso lontano, Padre, ma io ho viaggiato più lontano di quanto tu avresti potuto immaginare mille anni fa, quando hai fondato il nostro Ordine. Nessun’altra nave d’esplorazione è mai stata tanto lontana dalla Terra: siamo giunti veramente alle frontiere dell’universo esplorato. Siamo partiti per raggiungere la Nebulosa della Fenice, siamo riusciti e ora torniamo a casa con il nostro carico di scienza. Vorrei potermi liberare le spalle da questo carico, ma invano mi rivolgo a te attraverso i secoli e gli anni luce che ci separano.

Sul libro che tu tieni, le parole sono facilmente leggibili: AD MAIOREM DEI GLORIAM, dice il messaggio, ma è un messaggio che non posso più accettare. E tu lo accetteresti ancora se potessi vedere quello che abbiamo trovato noi?

Naturalmente, sapevo già quello che era la Nebulosa della Fenice. Ogni anno esplodono più di cento stelle, e questo soltanto nella nostra galassia per poche ore o per qualche giorno brillano con una luce che è migliaia di volte più vivida del normale, per sprofondare poi nel buio della fine. Queste sono le comuni novae, disastri che si verificano dovunque nell’universo; personalmente, da quando ho cominciato a lavorare all’osservatorio lunare, ho registrato gli spettrogrammi e le curve caratteristiche della luce in dozzine di fenomeni di questo genere.

Accade invece tre o quattro volte ogni mille anni qualcosa che fa impallidire persino una nova e la riduce a qualcosa di insignificante: quando una stella diventa una supernova, per alcuni istanti essa può oscurare tutti i soli della galassia messi insieme. Gli astronomi cinesi videro accadere questo fenomeno nell’anno 1054, senza poter capire quello che avveniva davanti ai loro occhi; cinque secoli più tardi, nel 1572, una supernova esplose nella Cassiopea con luce così viva che fu scorta in pieno giorno; tre altre supernovae si sono verificate nei mille anni che da allora sono trascorsi.



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