La nostra missione era di visitare i resti di una tale catastrofe per ricostruirne gli avvenimenti che avevano condotto all’esplosione e, se possibile, stabilirne le cause. Lentamente abbiamo attraversato gli strati concentrici di gas che erano stati espulsi nell’esplosione di cinquemila anni fa e che ancora stavano espandendosi. Avevano una temperatura altissima e irradiavano ancora un’intensa luce violetta, ma non abbastanza acuta da provocarci alcun danno. Quando la stella era esplosa, i suoi strati superficiali erano stati scagliati via con tale violenza che erano sfuggiti completamente al campo gravitazionale, e ora formavano un guscio vuoto all’interno e vasto abbastanza da poter contenere mille sistemi solari; al centro ardeva un minuscolo, fantastico corpo celeste. Era tutto quello che restava della stella: una “nana bianca”, più piccola della Terra ma un milione di volte più pesante.

I rilucenti strati di gas erano tutt’intorno a noi, allontanando la notte degli spazi siderali. Stavamo volando verso il centro di una bomba cosmica che era esplosa millenni prima e che proiettava ancora lontano dei frammenti infuocati.

L’immensa scala dell’esplosione e il fatto che i frammenti erano ormai sparsi in un volume di spazio del raggio di miliardi di chilometri toglievano alla scena ogni movimento visibile. Ci sarebbero voluti decine di anni prima che, senza l’aiuto degli strumenti, l’occhio potesse cogliere un qualsiasi movimento di quei tormentati frammenti o di quei vortici di gas, eppure il senso di una turbinosa espansione era opprimente.


Avevamo controllato la nostra rotta base alcune ore prima e stavamo scivolando lentamente verso la piccola stella, brillantissima davanti a noi. Un tempo era stata un sole come il nostro, ma aveva dissipato in poche ore l’energia che avrebbe potuto farla brillare per un milione di anni; e ora cercava di trattenere a sé quello che le stava sfuggendo, come un avaro rattrappito che cerca di farsi perdonare la sua prodiga gioventù.



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