
Nessuno si attendeva sul serio di trovare dei pianeti. Se ne fossero esistiti prima dell’esplosione, sarebbero stati vaporizzati e la loro consistenza sarebbe andata persa nella catastrofe generale. Ma compimmo la ricerca automatica, come sempre si faceva nell’approssimarsi a un sole sconosciuto, e trovammo subito un unico piccolo mondo che ruotava attorno alla stella a un’immensa distanza. Avrebbe potuto essere il Plutone di questo scomparso sistema solare, ancora in orbita al limitare della notte. Troppo lontano dal sole per aver conosciuto mai una forma di vita, la sua lontananza lo aveva salvato dalla sorte dei perduti compagni.
Il fuoco aveva calcificato le rocce e vaporizzato il manto di gas solidificati che dovevano aver coperto la sua superficie prima del disastro. Atterrammo, e trovammo la Vòlta.
I suoi costruttori avevano fatto in modo che la si potesse trovare: l’obelisco monolitico che sovrastava l’entrata era ridotto a un troncone fuso, ma anche le prime foto prese da grande distanza ci avevano rivelato che si trattava di un’opera razionale. Un po’ più tardi scoprimmo la traccia radioattiva che era stata sepolta nella roccia tutt’intorno al continente: anche se l’obelisco sopra la Vòlta fosse andato distrutto, quella sarebbe rimasta, immobile ma effimero segnale verso le stelle. La nostra nave calò su quel gigantesco cerchio come una freccia verso il bersaglio.
L’obelisco doveva essere stato alto un migliaio di metri, quando era stato costruito, ma ora sembrava un cero liquefatto; ci volle una settimana per scavare lo strato di roccia fusa, dato che non possedevamo gli strumenti adatti a questo lavoro. Eravamo astronomi, non archeologi, ma capaci di adattarci. Il nostro programma originale era dimenticato: quel monumento solitario, eretto con enorme fatica alla massima distanza possibile dal sole condannato, poteva avere una sola ragione di essere: una civiltà che conosceva il proprio destino e sapeva d’essere prossima alla morte aveva compiuto quell’estremo tentativo per cercare l’immortalità.
