E ancora caldo, amico, vivificante, cala nel mare quel sole che avrebbe presto tradito e cancellato tutta questa innocente felicità.

Forse, se non fossimo stati tanto lontani da casa e tanto vulnerabili davanti alla solitudine, non ci saremmo commossi tanto intensamente. Molti di noi avevano visto le rovine di antiche civiltà su altri mondi, ma non era mai accaduto che ne fossimo colpiti tanto profondamente.

Questa tragedia era unica: una cosa era la decadenza e la morte di un razza, così come sulla Terra è avvenuto a nazioni e a culture. Ma essere distrutti in un modo così assoluto nel pieno rigoglioso fiorire, senza lasciare superstiti… come si poteva conciliare questo con la Provvidenza di Dio?

I miei colleghi me lo hanno chiesto, e io ho risposto come potevo. Forse tu avresti potuto far di meglio, Padre Ignazio, ma io non ho trovato nulla negli Exercitia Spiritualia, nulla che possa aiutarmi. Essi non erano un popolo corrotto; non so quali dèi adorassero, né se poi ne adorassero. Ma io li ho guardati attraverso i secoli e ho visto, mentre tornava alla luce del loro sole immiserito, quella generosa battaglia per sopravvivere.

Conosco le risposte che i miei colleghi daranno quando saranno tornati sulla Terra; diranno che l’universo non ha scopo né un disegno e che, dal momento che cento soli esplodono ogni anno nella nostra Galassia, in questo momento esatto qualche razza sta morendo nelle profondità dello spazio. Che quella razza abbia agito bene o male durante la sua esistenza non porterà in fondo alcuna differenza: non c’è giustizia divina, perché non esiste Dio.

Naturalmente, quello che abbiamo visto non porta ancora nessuna prova di questa asserzione; chiunque parli così è semplicemente influenzato dai sentimenti, non dalla logica. Dio non ha bisogno di giustificare le Sue azioni all’uomo. Egli ha costruito l’universo, e può distruggerlo quando vuole. È giudizio temerario, pericolosamente vicino alla bestemmia, affermare che cosa Egli possa o non possa fare.



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