
— Mi sembri in gran forma — gli disse David.
— E lo sono, lo sono — confermò Horace. — Gahan sarà qui domani. Penso che Enid te l'abbia detto.
— Sì, me l'ha detto. Gahan arriverà da solo o accompagnato?
— Non lo so. Ci sono stati dei disturbi di trasmissione. Interferenze di qualche tipo. È una cosa che non si è mai riusciti a evitare. Teddy, giù nel Pleistocene, pensa che sia colpa di certe tensioni nell'allineamento delle durate. Forse c'entrano anche le anomalie direzionali.
Horace non sapeva niente di quei problemi, pensò David. Poteva avere qualche conoscenza delle tecniche temporali, ma certo non conosceva la teoria. Però, qualunque fosse l'argomento, Horace diventava immediatamente un esperto di tutto, e parlava sempre in tono autorevole e convincente.
Horace si accingeva ad approfondire ulteriormente il problema, ma venne interrotto dall'arrivo di Nora, che giungeva dalla cucina inalberando trionfalmente il piatto di portata con l'arrosto. Lo posò davanti a Timothy, e poi ritornò in cucina. Tutti gli altri si sedettero a tavola, e Timothy cominciò a tagliare a pezzi l'abbacchio, con grandi cerimonie, brandendo coltello e forchetta con i suoi soliti svolazzi.
David assaggiò il porto. Era eccellente. Di tanto in tanto, in certe piccole faccende come la scelta di una buona bottiglia di vino, la legge della media, senza intervento da parte dell'uomo, portava Horace a dirla giusta.
Per qualche minuto consumarono il pasto in silenzio. Poi Horace si nettò giudiziosamente le labbra col tovagliolo, infilò di nuovo quel lembo di tela sotto il tavolo, e disse: — Da qualche tempo sono preoccupato per la nostra postazione di New York, nel ventesimo secolo. Mi fido poco di quel Martin. Ho cercato di chiamarlo un mucchio di volte, ma quello scansafatiche non risponde.
— Può darsi che si sia allontanato per qualche tempo — propose Emma — e che poi ritorni.
