
La giornata era stata piena di avvenimenti, si disse David, e ormai le ombre si allungavano e scendeva il freddo. Era tempo di ritornare a casa.
Quella sera c'era l'arrosto. Sua sorella maggiore, Emma, moglie di Horace, l'aveva avvertito di arrivare in tempo.
— Non arrivare tardi — gli aveva detto. — Una volta cotto, l'abbacchio non può aspettare. Bisogna mangiarlo caldo. E cerca di fare attenzione, con quel fucile. Non so perché continui a trascinartelo dietro. Non porti mai niente a casa. Perché non prendi tre o quattro galletti? Sarebbero buoni.
— Non porto niente perché non uccido — le aveva detto lui. — Nessuno di noi ha mai ucciso. È una caratteristica che è sparita con il tempo.
Ma questo; naturalmente, non era del tutto vero.
— Horace sarebbe capace di uccidere — gli aveva detto lei, seccamente. — Se ci fosse bisogno di cibo, Horace sarebbe capace di uccidere. E una volta portato a casa il cibo, io lo pulirei e lo cucinerei.
Aveva ragione Emma, pensò David. Horace, pratico e prosaico, avrebbe ucciso all'occorrenza, non per divertimento. Horace non faceva niente per divertimento. Doveva sempre attribuire un motivo a quello che faceva.
David aveva riso delle preoccupazioni di Emma. — Con quel fucile non posso farmi niente — le aveva detto. — Non è neppure carico.
— Devi caricarlo, quando lo rimetti nella sua rastrelliera — aveva detto Emma. — Timothy vuole che sia sempre carico. Per conto mio, nostro fratello Timothy è un po' matto.
Ma erano tutti un po' matti. Lui e Timothy, e forse, in un modo diverso, Horace ed Emma. Ma non Enid, la sua sorellina. Tra tutti, era lei lo spirito libero, la pensatrice. I pensieri di Enid erano più lunghi di quelli degli altri del gruppo.
