Funziona: ha spostato l’attenzione della madre ed evitato ulteriori insulti.

«Subito, quando sono uscito da North Twenty-fourth Street e mi sono ritrovato in un quartiere squallidissimo chiamato Liberia, mi sono sentito un po’ sperso. C’era un furgoncino che vendeva gelati.»

Continua a parlare con la matita in bocca, come se avesse un morso per cavalli. Gli serve per non fumare, che secondo lui non è tanto una brutta abitudine nociva per la salute, quanto un passatempo troppo costoso. Ogni tanto si concede un sigaro. Si concede poco altro, ma ogni tanto un pacchetto di Indios, oppure di Cubitas o Fuentes se lo deve comprare. Per la verità, i suoi sigari preferiti sono i Cohiba, cubani, che acquista di contrabbando. Sa dove procurarseli e lo fa, perché non c’è paragone rispetto agli altri. I suoi polmoni esultano, quando si riempiono di fumo di Cohiba. Ai polmoni fanno male le impurità, non il purissimo tabacco cubano.

«Non ci credi? Un furgoncino dei gelati, con la sua bella musichetta, e un sacco di bambini negri intorno, con le monetine in mano. Un ghetto, capisci? Una zona di guerra. E per di più stava calando il sole. Chissà come sparano, di notte, nel quartiere Liberia. Naturalmente me ne sono andato e sono miracolosamente approdato in un’altra zona. Insomma, ti ho portato qui a Hollywood sana e salva. Vero, mamma?»

Si è ritrovato non sa bene neppure lui come in Garfield Street, piena di condomini a due piani con le ringhiere di ferro battuto, le persiane alle finestre e giardinetti troppo piccoli per avere una piscina. Case costruite negli anni Cinquanta e Sessanta, che gli piacciono perché sopravvissute a terribili uragani, epocali cambiamenti demografici e inarrestabili aumenti di tasse che hanno spinto i vecchi proprietari a trasferirsi altrove, lasciando il posto a nuovi inquilini, probabilmente incapaci di spiccicare una parola di inglese. I quartieri sopravvivono a tutto. Mentre faceva queste riflessioni, Pogue si è ritrovato davanti al condominio giallino.



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