«Non dire così, mamma. Non è gentile da parte tua» dice Pogue con la testa china sul dépliant.

Sua madre dà certe occhiate che ti fulminano. Suo padre era solito dire: “Ti fa gli occhi pelosi”. Edgar Allan Pogue non ha mai capito perché. Gli occhi non hanno peli, non si è mai visto. Lo saprebbe, lui, se esistessero occhi pelosi. Sa quasi tutto, lui. Lascia cadere il dépliant sul pavimento, si alza dalla sdraio gialla e bianca e va a prendere la mazza da baseball di alluminio che tiene in un angolo, appoggiata al muro. Le veneziane dell’unica finestra del salotto sono abbassate e la stanza è immersa in una piacevole penombra, rotta soltanto dalla luce di una lampada posata per terra.

«Vediamo. Che cosa facciamo oggi?» continua, sempre tenendo la matita in bocca, rivolto a una scatola di biscotti di latta sotto la sedia a sdraio, e intanto impugna la mazza e ne controlla le stelle e strisce bianche, rosse e blu che ha ritoccato esattamente centoundici volte. La lucida amorevolmente con un fazzoletto bianco e poi si pulisce le mani nello stesso fazzoletto, ripetutamente. «Dovremmo fare qualcosa di speciale. Secondo me, dobbiamo uscire.»

Si avvicina al muro, si toglie la matita di bocca e la prende in mano, sempre tenendo la mazza con l’altra. Piega la testa da una parte e strizza gli occhi, guardando il disegno appena abbozzato appeso alla parete beige. Avvicina la punta della matita bagnata e mordicchiata al grande occhio sbarrato e infoltisce le ciglia.

«Ecco qua.» Fa un passo indietro, piega di nuovo la testa da una parte e ammira la sua creazione, un grande occhio e la linea della guancia, sempre impugnando la mazza da baseball.

«Ti ho detto che oggi sei particolarmente carina? Presto le tue guance avranno un colore stupendo e diventeranno rosse come mele mature.»

Si sistema la matita dietro l’orecchio e apre la mano davanti agli occhi, controllandone ogni nocca, piega, segno e linea, per poi esaminare con cura le unghie piccole e arrotondate.



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