Muove le dita, guarda i muscoli che si tendono e immagina di passare la mano sulla pelle fredda, di massaggiarla per portare in superficie il sangue freddo e fermo, di palparla in maniera da infondere colore alla morte. Immagina di battere con la mazza che tiene nell’altra mano. Vorrebbe poter descrivere un arco con la mazza per colpire con violenza l’occhio appeso al muro, ma non lo fa. Non può, non deve. Passeggia per la stanza, con il cuore che batte all’impazzata, frustrato. Troppa confusione.

L’appartamento è praticamente vuoto, ma vi regna il caos. In cucina ci sono tovaglioli, piatti di carta e posate dappertutto, scatolette e pacchi di pasta che non ha riposto nell’unico armadietto. Nel lavandino ci sono una pentola e una padella immerse in acqua ormai fredda e unta. Sulla moquette azzurra e macchiata ci sono borse, indumenti, libri, matite e fogli di carta bianca da pochi soldi. Ovunque aleggia un odore stagnante di cibo e di sigari, oltre che di sudore. Fa caldo e Pogue è nudo.

«Dovremmo vedere come sta la signora Arnette. Non è in gran forma» dice alla madre, senza guardarla. «Ti fa piacere se viene qualcuno a trovarci? Prima di tutto, lo devo chiedere a te. Potrebbe farci bene, però. Io mi sento un po’ scombussolato, se devo dire.» Pensa al pesce piccolo che gli è sfuggito e si guarda intorno. «Una visita potrebbe essere la soluzione migliore. Cosa ne pensi?»

Sì, va bene.

«Allora siamo d’accordo?» La sua voce baritonale si alza e si abbassa, il tono è quello dell’adulto che si rivolge a un bambino, o a un cane. «Ti fa piacere se la invitiamo? Bene, benissimo.»

Cammina a piedi nudi sulla moquette e si accuccia accanto a una scatola di cartone che contiene videocassette, scatole di sigari e buste piene di fotografie, tutte provviste di etichette scritte con grafia piccola e ordinata. In fondo al cartone trova la scatola di sigari della signora Arnette e una busta di Polaroid.



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