
Si rende conto di aver sbagliato. Sarebbe dovuta andare ad Aspen.
«Vienimi a trovare, se vuoi.»
«Certamente, Bruce.»
«Adesso basta, per favore» li interrompe Marcus. «Non siamo mica al bar.»
Porta la chiave del suo regno appesa al collo. Si china e passa il tesserino magnetico sullo scanner a raggi infrarossi accanto alla porta a vetri che conduce all’ala riservata al direttore. Kay Scarpetta ha la bocca secca e le ascelle sudate. Con un nodo allo stomaco entra negli uffici di quello che un tempo era il suo regno. È stata lei a trovare i fondi per costruirlo e ne ha seguito puntualmente la progettazione. Il divano e la poltrona blu, il tavolino di legno e il paesaggio campestre appeso alla parete sono rimasti identici. Neanche la reception è cambiata, a parte le piante, che non ci sono più. Kay era entusiasta dei suoi due tronchetti e degli ibischi. Li innaffiava personalmente, toglieva le foglie secche e li spostava perché fossero sempre in piena luce.
«Mi dispiace, ma è meglio che il suo ospite non prosegua oltre» decide Marcus, fermandosi davanti a un’altra porta chiusa, che conduce agli uffici amministrativi e all’obitorio.
Il tesserino magnetico apre anche questa e Marcus la oltrepassa rapido. Gli occhiali con la montatura di metallo brillano sotto i neon. «Sono arrivato tardi perché ho trovato traffico. Purtroppo abbiamo moltissimo lavoro. Otto autopsie» continua parlando a Kay Scarpetta come se Marino non esistesse. «Adesso ho la riunione con lo staff. Probabilmente la cosa migliore è che lei si prenda un caffè, Kay. Potrei metterci un po’. Julie?» dice poi, rivolgendosi a un divisorio dietro cui un’impiegata sta scrivendo al computer. «Per favore, può far vedere alla signora la macchinetta del caffè?» Poi, a Kay: «Si accomodi pure in biblioteca. La raggiungerò appena possibile».
È molto scortese a chiamarla “signora” e a non invitarla alla riunione e nella sala autopsie, visto che l’ha chiamata lui. Si sente come se le avesse chiesto di portargli due camicie in lavanderia.
