
«Non mi girano le scatole» ribatte Kay Scarpetta. «È solo che avrei gradito essere informata, tutto qui.»
Procede a passo d’uomo e osserva il cantiere.
«È di cattivo auspicio, questa cosa» ribadisce lui. La guarda, poi si volta verso il finestrino.
Kay Scarpetta non accelera e continua a osservare. Le ci vuole un po’ per digerire il fatto che la vecchia sede dell’Istituto di medicina legale e dei laboratori forensi della Virginia sta per essere demolita per rendere possibile la riapertura di una stazione ferroviaria che, nei dieci anni in cui lei e Marino hanno lavorato e vissuto a Richmond, era in disuso. Quella stazione, un vecchio edificio in pietra di un certo valore architettonico, dopo un lungo periodo di abbandono è stata riconvertita in un centro commerciale, quindi ha ospitato alcuni uffici amministrativi, poi chiusi. Il suo orologio svettava sopra gli edifici circostanti e si vedeva da molte parti della città, bianco, spettrale, con le lancette di metallo sottile.
Richmond è andata avanti, durante la sua assenza. Main Street Station è risorta, l’orologio della stazione funziona di nuovo e segna le otto e sedici minuti. Era rotto da anni, Kay Scarpetta non l’aveva mai visto funzionare. La vita in Virginia continua, ma nessuno si è premurato di dirglielo.
«Non so che cosa mi aspettassi» confessa guardando dal finestrino. «Forse speravo che lo usassero come archivio, come magazzino. Non credevo che lo demolissero.»
«Era necessario» taglia corto Marino.
«Non so perché, ma non me l’aspettavo.»
«Non era mica l’ottava meraviglia del mondo» insiste Marino, in tono improvvisamente seccato.
