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Due mesi più tardi, Isaac Newton prese un volo di primo mattino da Ginevra per Londra. Grazie all’alta statura e alle falcate lunghe riuscì a precedere gli altri passeggeri e fu quindi il primo ad affrontare la dogana di Heathrow. Non aveva bagaglio all’infuori di una cartella che s’era portato sull’aereo, per cui si diresse immediatamente verso l’uscita riservata ai passeggeri che non avevano nulla da dichiarare. Qui, comunque, venne bloccato da uno zelante doganiere il quale nutriva sospetti su tutti i passeggeri che dimostravano di avere fretta.
«Lei risiede in Inghilterra?» gli chiese l’uomo.
«No, in Svizzera.»
«Le dispiace aprire la cartella?»
Isaac Newton aderì alla richiesta e spiegò: «Documenti riguardanti la mia attività».
Il funzionario rovistò con la mano dentro la cartella, evidentemente alla ricerca di stupefacenti, e non si accorse della relazione di Isaac Newton sulla quale il Foreign Office avrebbe messo tanto volentieri le mani. Alla fine, il doganiere si scostò dal banco con un cenno della testa. Mentre si avviava rapidamente al posteggio dei taxi, Isaac Newton non tenne conto del consiglio di Sherlock Holmes, quello di prendere sempre il terzo taxi della fila, e prese invece il primo.
«Dove devo portarla, signore?» chiese l’autista.
«Al numero 10 di Downing Street.»
Quando il taxi s’immerse nell’intenso traffico del centro di Londra, Isaac Newton si mise a osservare le manovre delle macchine che aveva intorno, dapprima senza particolare impegno, poi con una certa attenzione. C’era come al solito un po’ di gente in attesa davanti al numero 10 di Downing Street. Che cosa aspettava? Che crollasse il mondo, presumibilmente. Un uomo con un walkie-talkie si spostò improvvisamente nella Whitehall. Un rappresentante dei mass media? Forse sì, forse no.
