«Cambridge mi ha chiesto di accettare la cattedra di Cavendish.»

Kurt Waldheim rifletté per un attimo sulla notizia e poi si strinse nelle spalle.

«Beh, e allora? Sarebbe una carica molto onorifica, e significherebbe il tuo ritorno a casa. Qualche volta è bello tornare a casa.»

«Noi abbiamo sempre in mente il Laboratorio Cavendish com’era ai tempi di Rutherford. Purtroppo, i tempi di Rutherford sono passati.»

«Tu potresti fare molto come titolare della cattedra, Isaac.»

L’inglese scosse perplesso la testa.

«Forse, se i soldi a palate non avessero rovinato tutto. Temo che tu non sappia come vanno le cose nei consigli di ricerca inglesi.»

«So come vanno in Germania.»

«Non credo che la Germania si trovi in acque altrettanto brutte.»

Sulla faccia di Waldheim comparve di nuovo lentamente il sorriso.

«E’ un po’ come la storia della mensa: si crede sempre che in quell’altra si mangi meglio che nella propria.»

«Il problema è un altro. Se dovessi rifiutare la carica, la cosa non favorirebbe certamente il finanziamento inglese al CERN.»

«Capisco che è un bel problema. Ma pensavo che ci fosse qualcos’altro.»

«Qualcos’altro?»

Kurt Waldheim annuì.

«Sì, così mi sembrava.»

Seguì una lunga pausa prima che l’inglese rispondesse: «Noi due ci conosciamo ormai da molto tempo, Kurt. Se dovessi decidermi a parlare con qualcuno a cuore aperto, questo qualcuno saresti tu».

«Posso aiutarti?»

«E’ una faccenda riservata, temo. Ma spero che non si protragga a lungo. Poi potrò concentrarmi di nuovo sul top quark.»

«Il che sarà un bene per il top quark.»

L’inglese ritornò con aria un tantino stanca alla scrivania e disse: «Dillo a Pettini con delicatezza».

Kurt Waldheim lasciò l’ufficio e il fisico inglese si avvicinò a una finestra da cui si vedevano le montagne coperte di neve sulla frontiera franco-svizzera. Era immerso nei propri pensieri quando arrivò una segretaria per dirgli: «La persona che stava aspettando è arrivata, dottor Newton». Pronunciò il nome con l’accento sull’ultima sillaba, alla francese.



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