
PADRE: Ecco qua, figliolo. Guardalo. No, no, non devi appoggiarti a questo modo.
FIGLIO: È grande papà.
PADRE: SÌ, è grande. È un mulino-a-parole, figlio, una macchina che scrive libri di narrativa.
FIGLIO: Scrive anche i miei libri di racconti?
PADRE: No, scrive romanzi per adulti. Una macchina molto più piccola, di misura adatta ai bambini, scrive i tuoi…
FIGLIO: Andiamo papà.
PADRE: No, figliolo! Volevi vedere un mulino-a-parole, hai insistito tanto, ho dovuto faticare molto per procurarmi un lasciapassare, quindi adesso devi guardare questo mulino-a-parole e ascoltare mentre io ti spiego come funziona.
FIGLIO: Sì, papà.
PADRE: Bene, vediamo, è così… No… è come…
FIGLIO: È un robot, papà?
PADRE: No, non è un robot come l’elettricista o il tuo insegnante. Un mulino-a-parole non è una persona come lo è un robot, sebbene entrambi siano fatti di metallo e funzionino grazie all’elettricità. Un mulino-a-parole è come un calcolatore elettronico, ma manipola le parole, non i numeri. È come la grande macchina che gioca a scacchi o che fa i piani di guerra, ma fa le sue mosse in un romanzo invece che su una scacchiera o su un campo di battaglia. Ma un mulino-a-parole non è vivo come un robot e non può muoversi e andare in giro. Può soltanto scrivere libri di narrativa.
FIGLIO (sferrando un calcio al mulino-a-parole): Stupida vecchia macchina!
PADRE: Non devi fare così, figliolo. Su ecco… vi sono infiniti modi di raccontare una vicenda.
