Dall’annerito albero di libri sotto il quale era caduto Gaspard fino alle piste di lancio delle navi di libri all’altra estremità del Viale, gli autori iscritti al sindacato stavano impazzando e distruggendo. Scendendo come un torrente per la strada centrale del colossale centro editoriale della Terra (e in realtà dell’unico centro editoriale completamente meccanizzato del Sistema Solare), una vertiginosa folla sgargiante di individui con berretti e accappatoi, toghe e collari, chimoni, cappe, camicie sportive, fluenti cravatte nere, sparati di pizzo e cappelli a cilindro, magliette e pantaloni aderenti, irruppe, carica di istinti omicidi, in ogni fabbrica narrativa, gridando morte e distruzione alle macchine gigantesche di cui erano diventati solo gli inservienti e che macinavano nelle loro mandibole elettroniche la merce narrativa che nutriva le esigenze e addolciva il subcosciente degli abitanti di tre pianeti, d’una mezza dozzina di lune e di parecchie migliaia di satelliti e astronavi in orbita e in traiettoria.

Non più contenti di essere tacitati da alti salari e dall’apparenza di essere autori (gli antichi costumi che erano un segno distintivo della loro professione, i nomi tradizionali che erano concessi e perfino imposti, le esotiche vite d’amore che erano autorizzati e incoraggiati a vivere) gli scrittori fracassavano e sabotavano, distruggevano e rovinavano, mentre la polizia di una Amministrazione del Lavoro decisa a mandare in frantumi la potenza degli editori se ne restava compiacente in disparte. I robot, assunti in fretta e furia dagli editori che si erano accorti troppo tardi del pericolo, non entrarono in azione, poiché all’ultimo momento avevano ricevuto il veto dalla Fratellanza Interplanetaria delle Macchine Libere Professioniste: se ne stavano lì attorno, statue tetre e melanconiche, il cui metallo era ammaccato dai mattoni, macchiato dagli acidi e annerito dai lanciafiamme portatili dei picchettanti, e guardavano morire i loro immobili cugini privi di mente.



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