
Luke Van Tilburg Wister scaricò la sua pistola a sei colpi contro una Western della Whittlesey, poi la finì con sei cariche di dinamite e un “Hippiiahié”!
Fritz Ashton Eddison liberò una nube di pipistrelli radioattivi nell’interno di un Fantasizzatore della Fiction House, che era in realtà un Sognatore Dutton modificato con un Comando a Mano di Credibilità.
Edgar Allen Bloch, brandendo un bastone elettrico spaventosamente attivato da batterie isotopiche portatili, aveva fatto fuori, da solo, un intero assortimento di tagliatrici, imbottitrici, lucidatrici, addizionatrici-di-erotismo e macchine analoghe.
Conan Haggard de Camp investì un Romanziere di Cappa e Spada della Gold Medal con un camion da cinque tonnellate.
Gli Shakespeare infuriavano, i Dante davano la morte elettrochimica, gli Eschilo e i Milton combattevano fianco a fianco con gli Zola e i Farrell; i Rimbaud e i Bradbury dividevano i pericoli rivoluzionari; mentre intere tribù di Sinclair, di Balzac, di Dumas e di autori che si chiamavano White e che erano distinti solo dalle iniziali si occupavano della retroguardia.
Fu una giornata nera per gli amatori di libri. O forse fu l’alba.
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Uno degli ultimi incidenti del Massacro dei mulini-a-parole (che qualche storico paragonò più tardi all’incendio della Biblioteca di Alessandria, o ai roghi di libri dei nazisti, e qualche altro alla Presa della Bastiglia) si verificò fuori della grande sala a volta, proprietà comune della Editrice Razzi e dell’Editoriale Protone. Là, dopo l’orribile fine del Maestro Parolaio di Gaspard a opera di Heloise Ibsen, vi era stata una pausa nell’orgia di distruzione. Tutti i visitatori superstiti erano fuggiti, tranne le due anziane insegnanti che, appoggiate a una parete, si stringevano l’una all’altra per sorreggersi e si guardavano intorno sconvolte e inorridite, incapaci di agire.
