
Era successo quando Rik aveva cominciato a parlare. Era stata colta talmente alla sprovvista da restarne spaventata. Non aveva neppure osato confidarsi col Borgomastro. Il primo giorno di riposo aveva ritirato cinque buoni di credito dal proprio vitalizio — non vi sarebbe mai stato nessun uomo a reclamare in dote quella modesta cifra, perciò la cosa non aveva importanza — e aveva portato Rik da un medico della Città. Si era segnata il nome e l’indirizzo su un pezzetto di carta, ciononostante aveva trascorso due ore spaventose a trovar la direzione giusta tra gli enormi pilastri che tenevano sospesa verso il sole la Città Alta.
Aveva insistito per essere presente: il medico aveva eseguito ogni sorta di paurose esperienze con i suoi strani strumenti. Quando aveva messo la testa di Rik tra due oggetti di metallo e l’aveva fatta luccicare come luccica nella notte una farfalla del kyrt, era balzata in piedi e aveva tentato di frenarlo. Il medico allora aveva chiamato due uomini che l’avevano trascinata fuori, nonostante ella si dibattesse disperatamente.
Mezz’ora più tardi il medico era uscito a sua volta per parlare, alto, severo.
Le aveva chiesto: «Quando hai conosciuto quest’uomo?»
Gli aveva spiegato con cautela le circostanze essenziali, riducendole al minimo necessario e tralasciando ogni accenno al Borgomastro e ai pattugliatori.
«Allora non sai niente di lui?»
Valona aveva scosso la testa.
Il medico le aveva spiegato: «Quest’uomo è stato sottoposto a un sondaggio psichico. Sai che cos’è?»
«È quello che fanno ai matti, Dottore?»
«E ai criminali. Lo si fa per trasformare le loro menti per il loro bene. Le rende sane, o muta quelle parti di esse che li inducono a rubare e uccidere. Capisci?»
