«Che cosa ricordi?» domandò.

A quelle sue parole l’animazione di Rik parve improvvisamente spegnersi. «Ben poco, Lona» rispose, titubante. «Ricordo soltanto che una volta avevo un’occupazione, e ricordo anche quale occupazione fosse, in un certo senso, almeno.»

«Che cosa facevi?»

«Analizzavo il Nulla.»

La donna si voltò bruscamente, fissandolo negli occhi, e per un attimo gli posò sulla fronte il palmo della mano, ma subito lui si scostò, indispettito. Valona domandò: «Non hai mal di testa, per caso, Rik? Sono molte settimane che non ti lamenti più…»

«Sto benissimo. Non mi seccare.»

La donna abbassò gli occhi e Rik si affrettò ad aggiungere: «Intendevo dire soltanto che sto bene e non voglio che ti preoccupi per me.»

Il volto di Valona s’illuminò. «Che cosa significa “analizzavo”?» chiese. Rik sapeva parole che lei ignorava. Si sentiva molto umile, al pensiero di quanto lui doveva essere stato istruito un tempo.

Rik rifletté per un istante: «Significa… significa “separare”. Sai, come quando noi mettiamo da parte un selezionatore per scoprire come mai il cilindro esploratore sia uscito di allineamento.»

«Oh, ma, Rik, che mestiere può essere quello di non analizzare niente? Non è un mestiere.»

«Io non ho detto che non analizzavo niente. Ho detto che analizzavo il Nulla.»

«E non è la stessa cosa?»

«No, non è la stessa cosa.» Respirò profondamente. «Temo di non riuscire a spiegarti la differenza, però. Purtroppo è la sola cosa che ricordo, ma dev’essere stato un lavoro importante; ne ho la netta sensazione. È impossibile che io fossi un criminale.»

Valona ebbe una smorfia di dolore. Questo lei non avrebbe mai dovuto dirglielo. Verso se stessa si era giustificata pensando che lo aveva avvertito unicamente per proteggerlo, ma ora capiva che lo aveva fatto, invece, per tenerlo legato più strettamente a sé.



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