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Rik posò l’alimentatore e balzò in piedi. Si mise a urlare: «Ricordo!»

Gli altri lo guardarono e per un attimo il mormorio degli uomini seduti a colazione cessò. Numerosi occhi conversero su di lui; i volti erano tutti ugualmente puliti e sbarbati; ma quegli occhi non mostravano alcun vero interesse, solo l’attenzione riflessa che provoca ogni grido improvviso e inatteso.

Rik tornò a gridare: «Ricordo quello che facevo! Ricordo la mia occupazione!»

Qualcuno urlò: «Zitto!» E qualcun altro intimò: «Siedi!»

Rik tornò lentamente a sedere e prese tra le mani l’alimentatore, un congegno a forma di cucchiaio, dai bordi aguzzi, con minuscoli denti sporgenti dalla curva anteriore della ciotola, che riuniva pertanto in sé le funzioni di coltello, cucchiaio e forchetta. Per un operaio dell’opificio era abbastanza. Lo rigirò più volte, fissando, senza vederlo, il proprio numero impresso sul dorso del manico. Non aveva bisogno di vederlo. Lo conosceva a memoria. Anche gli altri avevano come lui numeri di matricola, ma gli altri avevano anche dei nomi. Lui no. Lo chiamavano Rik perché questo nel gergo degli opifici dove si lavorava il kyrt significava pressappoco “deficiente”. E spesso anche lo chiamavano “Rik il Matto”.

Forse adesso avrebbe seguitato a ricordare sempre di più. Era la prima volta dacché era giunto all’opificio che ricordava qualcosa di prima. Se fosse riuscito a pensare intensamente! Se si fosse sforzato di pensare tendendo tutta la sua volontà!

A un tratto non ebbe assolutamente più fame. Con gesto improvviso gettò l’alimentatore nel blocco gelatinoso di carne e di verdura che gli stava dinanzi, respinse il cibo lontano da sé e nascose gli occhi nel palmo delle mani, mentre con le dita si tormentava i capelli nel disperato tentativo di seguire la propria mente nell’abisso dal quale essa aveva estratto un’unica cosa… un oggetto fangoso, indecifrabile.



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