
Infine scoppiò in lacrime, proprio mentre la campana annunciava la fine dell’intervallo di colazione.
Quella sera, quando lui lasciò l’opificio, Valona March gli si mise accanto. Dapprima lui non se ne accorse neppure. Poi si fermò e la guardò. Aveva i capelli biondo-castano, e li portava raccolti in due grosse trecce strette da due minuscole spille calamitate e ornate di pietre verdi. Erano spille da poco prezzo e avevano un aspetto usato. Indossava un semplice vestito di cotone più che sufficiente in quel clima mite.
«Ho saputo che all’ora di colazione è successo qualcosa» disse Valona.
Parlava con l’accento spiccato, pesante dei contadini. Il linguaggio di Rik invece era ricco di vocali aperte e aveva un’intonazione nasale.
«Non è successo niente, Lona» mormorò Rik.
Lei insistette: «Ho saputo che hai detto di ricordare qualcosa. È vero, Rik?»
Anche lei lo chiamava Rik. Non vi era altro modo come chiamarlo. Non ricordava il suo vero nome, anche se aveva cercato disperatamente di ricordarselo e Valona lo aveva aiutato. Un giorno era riuscita a ottenere chissà come una vecchia guida cittadina e gli aveva letto tutti i nomi di nascita, ma tutti gli erano sembrati sconosciuti.
Rik la fissò e disse: «Dovrò lasciare l’opificio.»
Valona aggrottò la fronte. «Non credo che tu possa andartene. Non sarebbe giusto.»
«Bisogna che sappia di più su me stesso.»
Valona si morsicò le labbra. «Forse non ti conviene.»
Rik distolse lo sguardo da lei. Sapeva che la sua preoccupazione era sincera. Prima di tutto era stata lei a ottenergli l’impiego all’opificio perché lui non aveva alcuna esperienza di macchine e di meccanismi, o forse sì, ma non se ne ricordava. In ogni caso Lona aveva insistito dicendo che lui era troppo mingherlino per essere adibito alle fatiche manuali e avevano acconsentito a impartirgli un addestramento tecnico gratuito. Prima di questo, nei giorni spaventosi durante i quali non riusciva quasi ad articolare parola e quando non sapeva neppure che cosa fosse il cibo essa lo aveva curato e nutrito.
