
Era stata Valona a tenerlo in vita.
Disse: «Devo andare.»
«Ti è tornato il mal di testa, Rik?»
«No. Effettivamente ricordo qualcosa. Ricordo qual era il mio lavoro prima… prima!»
Non sapeva se doveva parlargliene. Abbassò gli occhi. Il sole caldo e gradevole era da almeno due ore al di sopra dell’orizzonte. Le monotone file di cubicoli per operai che si stendevano tutt’intorno agli opifici erano brutte, ma Rik sapeva che non appena avessero raggiunto l’erta, il campo sarebbe apparso ai loro sguardi in tutto il suo splendore d’oro e di porpora.
Gli piaceva contemplare i campi. Sin dal principio la loro presenza lo aveva placato e riconfortato. In quei giorni, durante i turni di riposo, Valona si faceva dare in prestito una motoretta diamagnetica e lo portava fuori del villaggio. Circolavano veloci, a pochi centimetri dalla superficie stradale, scivolando sull’imbottita levigatezza del campo antigravitazionale, finché venivano a trovarsi lontani miglia e miglia da ogni abitazione umana e intorno a loro non vi era che il kyrt in fiore. Si mettevano allora a sedere sul ciglio della strada, attorniati di colori e di profumi, finché non giungeva l’ora di rientrare.
Quel ricordo commosse Rik. Disse: «Andiamo nei campi, Lona.»
«È tardi.»
«Per favore! Solo qui vicino! Appena fuori di città.»
Valona toccò il sottile borsellino che teneva sotto la cintura di morbida pelle turchina, il solo lusso che si concedeva nel vestire.
Rik la prese per un braccio: «Andiamo a piedi.»
Mezz’ora dopo lasciavano la strada maestra e imboccavano i sentieri senza polvere di sabbia compressa. Un pesante silenzio li circondava e Valona si sentì attanagliare da una ben nota paura. Che cosa succederebbe se lui la lasciasse? Era piccolo, non più alto di lei. In un certo senso era ancora come un bambino in fasce, ma prima che gli avessero spento la mente doveva essere stato un uomo colto e importante.
