Persino gli uomini temevano quei pugni. Aveva abbattuto con un sol colpo il suo caporeparto, il primo giorno in cui aveva portato Rik a lavorare all’opificio, per via di una osservazione scurrile sul loro conto che l’altro aveva fatta. Il consiglio di fabbrica l’aveva multata per quell’incidente, togliendole una settimana di paga, e l’avrebbero probabilmente mandata in Città, davanti al tribunale dei Signori per essere nuovamente processata, se il Borgomastro non si fosse interposto adducendo l’attenuante della provocazione.

Per questo Valona desiderava che Rik non continuasse a ricordare. Sapeva di non avere niente da offrirgli; certo, era egoista a desiderare che lui restasse per sempre con la mente vuota, incapace di pensare, ma il ritorno alla sua squallida solitudine l’atterriva.

Disse: «Sei sicuro di ricordare, Rik?»

«Sì.»

Si fermarono in mezzo ai campi ancora più ardenti e luminosi sotto la vampa del sole che tramontava. Presto si sarebbe levata la mite, profumata brezza della sera.

Rik disse: «Posso fidarmi dei miei ricordi a mano a mano che mi tornano alla memoria. Tu lo sai che lo posso, Lona. Per esempio non mi hai insegnato tu a parlare. Le parole me le sono ricordate da solo. Non è vero, forse?»

Valona rispose a malincuore: «Sì.»

«E adesso ricordo qualcosa di me di prima. Perché deve esserci stato un prima, Lona.»

Si, doveva esserci stato un prima. Quando ci pensava, sentiva una fitta al cuore. Era un prima diverso, che non assomigliava in niente all’ora in cui vivevano adesso. Era stato su un mondo diverso, anche Valona lo sapeva perché la sola parola che Rik non fosse mai riuscito a ricordare era “kyrt”. Aveva dovuto insegnargliela come la rappresentazione della cosa più importante esistente nell’universo di Florina.



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