
Colyns: Mi sembra che stia cercando di scaricare la responsabilità su un uomo morto.
Beynes: Perché non sono l’unico responsabile! Ho cercato di fare allontanare la nave dal sistema quando Ahmad ha scoperto la sentinella orbitale!
Colyns: Ma è stato lei a raccomandare il viaggio su Epsilon Indi II…
Beynes: Per recuperare tutto quello che avevamo perso a causa di Francisco. Eravamo quasi sul punto di dover mettere all’asta l’Explorer, insomma. Se fossimo riusciti a trovare dei manufatti ex-gi di un certo valore…
Colyns: E cosa avete trovato sul pianeta?
Beynes: Non quello che ci aspettavamo.
Lo sfolgorio implacabile del sole arancione faceva tremolare l’aria rarefatta di Mecca sulla roccia e sulla sabbia del paesaggio piatto. Il mondo era un unico grande deserto, nel medesimo tempo banale e ostile. Beynes slegò il fazzoletto che aveva al collo e se lo passò sulla faccia, asciugando di nuovo il sudore. Guardò lo straccio sudicio prima di rimetterselo attorno al collo distrattamente; non vedeva l’ora di tornare sul Capital Explorer, se non altro per fare una doccia. Epsilon Indi II era un cesso di pianeta… un cadavere col portafoglio vuoto che non aveva nulla che valesse la pena di rubare.
No: similitudine sbagliata. Era una discarica… ecco una descrizione più precisa. Gli ex-gi avevano lasciato una città completa sulla luna di quel pianeta nella nebulosa W49, una scoperta fatta dall’Achilles non molto tempo prima, che aveva rivelato alle Sei Razze l’esistenza degli extragalattici. Lì su Epsilon Indi II, però, c’era solo una fossa piena di pezzi di metallo e frammenti di vetro, rottami che nemmeno gli ex-gi potevano riciclare. A breve distanza, accanto alla navetta da sbarco del Capital Explorer, Beynes sentiva il rombo dei robot scavatori che smuovevano il terriccio in fondo alla fossa cercando qualcosa di importante. La maggior parte della squadra di sbarco era sull’orlo della buca, osservando oziosamente i robot, forse sperando ancora che le macchine scoprissero qualcosa di prezioso sotto gli strati di rifiuti.
