
Poco probabile, comunque. A Beynes sembrava di sentire ancora le parole di D’Lambert, dopo che l’ufficiale scientifico era uscito ansimando dalla specie di cratere accanto al punto d’atterraggio per emettere il proprio verdetto sulla scoperta. «Può anche darsi che gli extragalattici siano scesi qui una volta» aveva detto. «Ma in tal caso, l’hanno fatto solo per scaricare i loro rifiuti. Un archeologo forse potrebbe trovare qualcosa di interessante in mezzo a tutta questa robaccia, ma qui non c’è nulla con cui noi possiamo presentarci in banca. Mi spiace, Arne, ma quel vecchio ubriacone su Wolf ti ha venduto delle informazioni inutili.» Poi D’Lambert era tornato in fondo alla fossa per frugare ancora un po’ tra i rottami, nella vana speranza di potere ancora scoprire qualche oggetto sfuggito ai robot. Beynes lo aveva contattato solo dieci minuti prima, e D’Lambert aveva risposto con una filza di parolacce.
Gli ex-gi avevano lasciato dietro di sé una discarica… ma i Locriani avevano lasciato qualcosa di molto più interessante. Beynes si girò a fissare di nuovo la città situata a un paio di centinaia di metri di distanza. La parola «città» sembrava impropria per l’ammasso di alti tumuli cupoliformi che si ergevano non lontano dalla fossa. D’Lambert era stato il primo a capire cosa potessero essere quelle strutture; le aveva paragonate alle cupole di terriccio che le termiti costruivano sulla Vecchia Terra, nell’entroterra del deserto australiano. Dato che i Locriani erano, in un certo senso, insetti altamente evoluti, pareva logico attribuire a loro le cupole.
La città — villaggio, colonia, castelli di sabbia, termitai, in qualsiasi modo la si volesse chiamare — sembrava scintillare al sole; malgrado la rozzezza, sembrava possedere una strana, aspra imponenza.
