Beynes e D’Lambert si erano spinti fino a una ventina di metri dall’insediamento, non osando andare oltre per non lasciare impronte che sarebbe stato difficile cancellare prima della partenza della navetta. Anche da quella distanza prudenziale, avevano visto porte e finestre nelle fragili cupole, tutte delle dimensioni giuste per i Locriani. E, particolare importante, sembrava che i Locriani avessero usato del materiale della discarica ex-gi per rinforzare i muri: nelle cupole c’erano frammenti di vetro e di metallo e di leghe al carbonio, che corrispondevano ai rifiuti alieni presenti nella fossa. Probabilmente, l’unico modo di utilizzare quel mucchio di rottami. D’Lambert aveva fatto un parallelo con i manufatti erthuma che a volte venivano trovati nelle tane di creature non intelligenti; in maniera analoga, i Pellegrini Lontani avevano senza dubbio saccheggiato la discarica per costruire il loro insediamento.

Ma perché abitazioni così primitive per una razza spaziale? I Locriani avevano dimenticato come si facesse a costruire rifugi migliori per sé mentre erano lì? O era solo il loro modo di vivere da indigeni? «Forse vengono qui quando vogliono andare in campeggio a contatto della natura selvaggia… «

«Comincio a risentire dell’aria» pensò Beynes, scuotendo la testa. Provava già un senso di intontimento. D’Lambert lo aveva avvisato. Controllò il cronometro al polso. Ancora un paio d’ore di margine di sicurezza tra il lancio della navetta e l’orario previsto d’arrivo della prima astronave locriana. Comunque, Ahmad aveva comunicato appena qualche minuto prima dal Capital Explorer che i sensori a lungo raggio della nave non avevano individuato nulla ai margini del sistema. Nessuna turbolenza iperspaziale, nessuno scafo locriano o erthuma; non c’era nient’altro nel sistema da quando il satellite locriano era stato silurato. «Dovrei ringraziare il cielo» si disse Beynes. «Anche se questa palla di polvere non ci frutterà un soldo, almeno ce ne andremo di qui senza…»



17 из 268