
— Può darsi che sia così… — Col liquore che gli colava ancora dagli angoli della bocca sul mento ispido e incrostato, Sedric dondolò il capo avanti e indietro. I suoi occhi — bianchi e opachi come pelle di pesce, strabici e perennemente fissi in due direzioni diverse — sembravano nel medesimo tempo completamente vacui e colmi di misteri visibili solo ai ciechi. Scrollò le spalle. — O forse sono solo un vecchio ubriacone strambo che ti sta imbrogliando.
Risata. Raschio. Sputo. Beynes era ormai stufo di quell’andazzo. Sfilò il disintegratore dal fodero e lo posò piano sul tavolo sgangherato. — E forse io dovrei staccarti la testa e farla finita — disse, sapendo che Sedric senza dubbio aveva interpretato ogni rumore. — Un altro vecchio ubriacone strambo trovato nei bassifondi con un moncone al posto del collo… a chi dovrebbe importare?
Sedric lo sorprese. Si limitò a sogghignare. — A nessuno. Però tu puoi scordarti gli ex-gi se mi fai saltare la testa. — Il sorriso sdentato svanì. — Come ho detto, informazioni chiare e precise, Beynes. Informazioni sicure che permetteranno a te e ai tuoi compagni di raggiungere un pianeta dove gli ex-gi sono sbarcati una volta. E… — batté il pugno sul tavolo. — È proprio qui, in questo settore. Non dovrete spostarvi attraverso l’iperspazio in un’altra parte della galassia per arrivarci. Cavolo, stando su quel pianeta si vede perfino il vecchio Sole, se si guarda nella direzione giusta.
Beynes lo fissò. — Sei più pazzo di quel che sembra. Se è così vicino alla Vecchia Terra…
— Perché qualcuno non l’ha trovato prima? — Altre risate e altro catarro. — Diciamo solo che le squadre di esplorazione e la Gilda Diplomatica non si sono consultate come dovrebbero. Quel posto è sfuggito a tutti, Arne.
