— Mi stai leggendo il pensiero? — Sbuffò, riportò l’attenzione alla sua consolle. — No, é soltanto pusillanimità. Lei preferirebbe rimaner qui, piuttosto che riferire a JN quello che è successo nell’ultima mezz’ora.

Passò al display di Jinx. Il grande orso bruno doveva essere riportato alla piena coscienza a una frazione di grado per volta. Non potevano permettersi di perderne un altro.

Si sfregò il mento ispido, si grattò l’inguine con fare assente, e si concentrò sui segnali telemetrici. Qual era il modo migliore? Nessuno aveva una vera esperienza in materia, neppure la stessa JN.

— Suvvia, Jinx. Facciamolo nella maniera giusta. Noi non vogliamo che tu soffra quando il tuo sangue ricomincerà a circolare, no? Prima lo zucchero nel sangue, d’accordo, poi l’equilibrio della serotonina e del potassio? Mi sembra ottimo.

Wolfgang Gibbs non era realmente arrabbiato con Charlene, gli piaceva troppo. Era la preoccupazione per Dolly e Jinx a scombussolarlo. Lui aveva poca pazienza o rispetto per la maggior parte dei suoi superiori. Ma per gli orsi Kodiak e gli altri animali che gli erano stati affidati aveva una smisurata dose di affetto e sollecitudine.

CAPITOLO SECONDO

Charlene Bloom impiegò quasi un quarto d’ora a percorrere l’intera lunghezza del capannone principale. Era più di una semplice riluttanza a partecipare alla riunione, quella che faceva rallentare i suoi passi. C’erano cinquanta esperimenti in corso nell’edificio. E per la maggior parte sotto il suo controllo amministrativo.

Sotto una volta fiocamente illuminata si aggiravano una ventina di gatti domestici, insonni e squilibrati. Una delicata operazione aveva rimosso parte della formazione reticolare, la sezione del cervello posteriore che controlla il sonno. Scorse i dati. Adesso erano svegli in continuazione da più di millecentoottanta ore, un mese e mezzo. I monitor mostravano finalmente i segni di una disfunzione neurologica. Poteva ragionevolmente definirla pazzia felina nei suoi rapporti mensili.



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