
— No. — Si stava masticando le labbra, dondolandosi avanti e indietro davanti allo schermo. — Non possiamo correre il rischio. Procedi, Wolfgang, fallo riavere del tutto. Piena consapevolezza. Quanto è rimasta sotto in totale, Dolly?
— Centonovantun ore e quattordici minuti.
Lei scoppiò in una risata nervosa e torse i piedi per tornare a infilarli nelle scarpe. — Be’, è pur sempre un record per questa specie. Se non altro questo ci servirà di conforto. Puoi finire senza di me?
— Dovrò farlo. Non preoccuparti, se oggi questa è la mia quarta ora di straordinario. — Sorrise amareggiato, ma più fra sé che a Charlene. — Sai cosa penso? Semmai JN dovesse trovare un sistema per far rimanere un essere umano sveglio e sano di mente per ventiquattr’ore al giorno, la sua prima iniziativa sarà quella di far fare tre turni a gente come noi.
Charlene Bloom gli sorrise e annuì, ma la sua mente stava già andando al temuto incontro. A capo chino si avviò attraverso l’edificio simile a un hangar, il rumore dei suoi passi echeggiò fino all’alto tetto ondulato. Dietro di lei Wolfgang la guardò partire. La sua espressione era un misto di rabbia e di dolore.
— Esatto, Charlene — grugnì fra i denti. — Sei tu il capo, perciò tocca a te perderti le sfuriate. Mi sembra giusto. Ce lo meritiamo tutti e due, dopo quello che abbiamo fatto alla povera vecchia Dolly. Ma dovresti smetterla di leccare il culo a JN, e dirle invece che si sta facendo troppa fretta. È probabile che ti affidi la gestione delle clips, ma te lo meriti, avresti dovuto picchiare ben bene i piedi per terra, prima che perdessimo un campione da esperimento.
A cento metri di distanza lungo il tratto sgombro del pavimento, Charlene Bloom si girò di scatto per fissarlo. Lui parve sorpreso, sollevò la mano, e le fece un mezzo segno impacciato di saluto.
