
La donna china sopra il pannello fuori della cavità aveva all’incirca trent’anni. I suoi capelli scuri erano tagliati corti sopra una fronte alta e liscia che adesso si stava corrugando mentre studiava i monitor. Stava osservando un read-out digitale che vibrava rapido scandendo una sequenza ripetuta di valori. Era scalza e le dita dei piedi si agitavano nervosamente a mano a mano che i valori del read-out digitale si muovevano più in fretta.
— Non va. Sta ancora peggiorando. Non possiamo invertirlo?
L’uomo accanto a lei scosse la testa. — No, senza ucciderla più in fretta. La sua temperatura è scesa fin troppo, e la sua attività cerebrale è al di sotto del nostro controllo. Temo che la perderemo. — La sua voce era calma e lenta, rigidamente controllata. Si girò e fissò la donna, in attesa d’istruzioni.
Lei tirò un respiro lungo e fremente. — Non dobbiamo perderla. Dev’esserci qualcos’altro che possiamo fare. Oh, mio Dio. — Si alzò in piedi, rivelando una corporatura agile e flessuosa che accentuava la sottigliezza delle sue spalle curve. — Jinx potrebbe trovarsi nella stessa situazione. Hai controllato il suo recinto per vedere come se la sta cavando?
Wolfgang Gibbs sbuffò. — Dammi credito per qualcosa, Charlene. L’ho controllato pochi minuti fa. Là tutto è stabile. L’ho tenuto in ritardo di quattro ore rispetto alla nostra Dolly, qui, perché non sapevo se questa mossa fosse sicura. — Scrollò le spalle. — Adesso lo sappiamo, immagino. Guarda l’elettroencefalogramma di Dolly. Farai meglio ad accettarlo, donna-capo. Non c’è una sola cosa che possiamo fare per lei.
Sullo schermo davanti a loro lo schema dei segnali elettrici provenienti dal cervello dell’orsa cominciava ad appiattirsi. Ogni traccia di fusi era scomparsa e l’ampiezza delle sinusoidi residue stava calando.
