
La donna ebbe un brivido, poi sospirò. — Dannazione, dannazione, dannazione. — Si passò le mani attraverso i capelli scuri. — E adesso cosa si fa? Non posso restare ancora per molto, la riunione con Judith Niles comincia fra meno di mezz’ora. Cosa diavolo le dirò? Aveva riposto tante speranze in questa…
Si raddrizzò sotto lo sguardo diretto dell’altro. C’era sempre un elemento indagatore nella sua espressione che la faceva sentire a disagio.
Lui scrollò un’altra volta le spalle e se ne uscì in un’aspra risata. — Dille che non abbiamo mai promesso miracoli. — Nella sua voce le vocali avevano una risonanza asciutta, a indicare nel suo inglese una lingua appresa tardi. — Gli orsi non vanno in ibernazione alla maniera degli altri animali. Perfino JN lo ammetterebbe. Dormono molto e la temperatura del corpo scende, ma è un processo metabolico diverso. — Dalla consolle arrivò un bip. — Attenta, adesso. Se ne sta andando.
Sullo schermo davanti a loro la traccia dell’attività cerebrale era ridotta a un’unica linea orizzontale. Osservarono in silenzio per un intero minuto, fino a quando non ci fu un ultimo, debole fremito del sensore del cuore.
L’uomo si sporse in avanti e girò al massimo l’amplificatore. Grugnì. — Niente. Se n’è andata. Povera vecchia Dolly.
— E cosa dirò io a JN?
— La verità. Ne conosce già la maggior parte. Con Jinx e Dolly siamo andati più in là di quanto JN avesse qualche ragione, anche minima, di sperare. Te l’avevo detto che gli orsi erano un campo rischioso, ma abbiamo continuato a insistere.
— Speravo di riuscire a tener sotto Jinx per altri quattro giorni almeno. Adesso non possiamo rischiare. Dovrò dire a JN che lo sveglieremo subito.
— O così, o lo ammazzeremo. Hai visto i monitor. — Mentre parlava era già passato ai controlli delle iniezioni della seconda cavità sperimentale, e stava aumentando con cautela i livelli ormonali nella massa corporea pesante mezza tonnellata di Jinx. — Ma sei tu il capo. Se insisti, lo terrò sotto un po’ più a lungo.
