
«Gli è capitato altre volte?»
«Mai. E mi pare che sia una cosa seria. Stanotte, per caso, li ho visti sul ponte A, lui e lei, in un posto scuro. Parlavano fitto fitto, si tenevano le mani.»
«Lei sa chi è la ragazza?»
«L’ho saputo per caso. Si chiama Anna Zirelli una delle due figlie di…»
Cecè non lo stava più a sentire, sapeva benissimo chi fosse la picciotta che aveva un posto d’onore al tavolo del comandante.
Figlia di un industriale tra i più noti, compariva spesso sui rotocalchi, da sola o in compagnia della sorella Giulia.
Il poviro Premuda era capitato proprio male: se era innamorato per davvero, si rendeva macari conto che la picciotta non era cosa da mettersi seriamente con un vice commissario di bordo. Una storia da crociera, senza importanza, questo forse sì, ma destinata a finire al termine della navigazione.
Il matino appresso, trasendo nel suo ufficio, la prima cosa che Cecè fece fu quella di taliàre attentamente il vice. Aveva una faccia bella sirena, ai passeggeri sorrideva affabile, era disponibile come sempre. Forse tra Anna e Scipio c’era stata il giorno avanti un’azzuffatina, poi dovevano aver fatto la pace.
Cecè se ne rallegrò: in primisi perché lui non era capace di dare adenzia ai crocieristi come invece lo era Premuda; in secundisi perché al triestino ci si era tanticchia affezionato.
Il terzo giorno da quando era principiata la facenna, il barometro personale di Scipio Premuda segnò di bel nuovo nuovamente tempesta. Durante la nottata passata non doveva avere chiuso occhio e, fatto assolutamente inaudito, si era rasato malamente. Nelle giornate normali, la sua faccia era liscia come una palla di bigliardo e Cecè Collura, che pativa di un pelo duro e fitto, lo invidiava. A mezza matinata il vice non ce la fece a reggere.
«Le chiedo perdono, commissario, ma non mi sento bene.»
