«Vada pure. Ah, si faccia dare un’occhiata dal dottore.»

«Signorsì.»

Collura però era sicuro che Premuda non si sarebbe fatto vedere in infermeria, la sua malatia non era curabile con medicinali.

Taliò il napoletano amico di Premuda e questi gli ricambiò l’occhiata, chiaramente preoccupato.

«Commissà, dovete fare qualcosa. Quello, il signor Premuda, sta uscendo pazzo.»

Già, ma fare che cosa? La sera, durante la cena, non staccò gli occhi da Anna che se ne stava a chiacchiariare, sempre sorridente, con il comandante e con gli altri commensali, tutte persone importanti. Non pareva per niente risentire dell’azzuffatina che aveva avuta con Scipio. Il quale Scipio, verso la fine della cena, comparse per un momento sulla porta del ristorante. Pareva uno nisciuto da una foresta vergine nella quale si era sperso da una mesata. Anna lo vide e di subito gli occhi le si fecero più sparluccicanti, la parlantina più animata. Trovò macari il momento giusto per rivolgere a Scipio un rapidissimo sorriso. A quel sorriso il triestino chiaramente strammò, poi sorrise a sua volta e scomparì. Evidentemente era corso a mettersi in ordine, pieno di felicità.

La matina del giorno appresso Scipio Premuda era così contento da non rendersi conto di canticchiare mentre stava in ufficio. Poi venne l’ora di andare a pranzo, ma dovettero tardare tanticchia.

Premuda trasì nel ristorante con Cecè che già tutti stavano mangiando. Appena Anna vide Scipio il sorriso le si aggelò sulle labbra, lanciò al triestino una taliata irritata e sdegnosa, fece persino un evidente gesto di fastidio, parse avesse voluto scacciare una mosca. Premuda, di subito giamo, pareva un morto, variò avanti e narrè, s’afferrò a un tavolino per non cadere.

Fece fatica a parlare.

«Non… non ho appetito. Mi scusi.»

E sinni niscì dal ristorante camminando quasi che ci fosse mare forte.



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