
Al commissario stavolta il suo vice fece veramente pena. Che gioco crudele aveva deciso di fare quella picciotta? Il denaro, perché ricchissima lo era, e la bellezza, perché bellissima lo era, non l’autorizzavano a tanta cattiveria. E da quel momento Cecè Collura pigliò a taliarla non come un omo qualsiasi talia una bella fimmina, ma con la puntuta attenzione di uno sbirro che vuole scoprire quello che in realtà si nasconde darrè un paro d’occhi azzurri che paiono chiari e innocenti, darrè un sorriso che pare sincero come quello di una picciliddra appena nata. La taliò talmente che a un certo momento la picciotta si sentì osservata e lo taliò a sua volta. Cecè non distolse lo sguardo, fu Anna a calare gli occhi per prima. Nel dopopranzo, il vice non si fece vedere in ufficio, il napoletano gli riferì che Premuda si era fatto dare dal medico un forte sonnifero. Stava andando alla deriva, poviro triestino. A cena, Cecè Collura notò una cosa che gli parse curiosa: Anna, di tanto in tanto, lanciava una taliata rapida verso la porta, quasi s’aspettasse di veder comparire qualcuno. Che non poteva essere altri che Premuda. Alla fine della cena, l’umore della picciotta era cangiato, macari lei pareva diventata nirbusa e insofferente. Il commissario quella sera si ritirò presto nella sua cabina per poter ragionare in pace sulla faccenda che gli pareva stramma assai. A un certo momento pigliò la decisione d’andare a parlare a core aperto col suo vice.
Lo trovò appena arrisbigliato dalla lunga dormita artificiale, intordonuto e senza difese. Vigliaccamente, Cecè ne approfittò e attaccò senza mezze parole. «Voglio sapere tutto. Se vuole, lo può considerare un ordine.» E Scipio Premuda parlò, forse non aspettava altro che potersi confidare con qualcuno. Con Anna Zirelli era stato un colpo di fulmine, non gli era mai capitato prima nella vita. E macari Anna diceva d’essersi innamorata di lui, solo che il suo atteggiamento appariva spesso del tutto illogico, una sera era dolcissima, tenera, e il giorno appresso dura, scontrosa, non voleva rivolgergli manco la parola. E questo senza un motivo apparente. Non c’era purtroppo che una sola spiegazione, concluse distrutto il triestino: Anna era affetta da una qualche malattia che le procurava un grave scompenso psicologico.