«Non credo proprio che si tratti di una malattia» – disse il commissario.

«Ah, no? Quindi si diverte con me, vuole ridere alle mie spalle!»

«Non si tratta nemmeno di questo, almeno credo.»

«Allora perché mi tratta così? Me lo dica, per carità, se lo sa.»

«Ma dia ventiquattr’ore» – fece Cecè Collura – Ma mi deve dare la sua parola d’onoreche per tutto il tempo che mi necessita lei se ne starà chiùso in cabina senza vedere nessuno. Faccio spargere la voce che è malato.»

Ventiquattr’ore stavano a significare un pranzo e una cena. E Cecè Collura fu puntualissimo tanto a pranzo quanto a cena. Poi andò a parlare col cameriere che serviva al tavolo del comandante, il quale aveva notato la stessa cosa che aveva attirato l’attenzione del commissario. Le parole del cameriere rinforzarono l’idea che si era fatta di tutta la facenna. Un’idea che poteva parere pazzesca, ma che a ben considerare le cose non lo era poi tanto. Andò a fare quattro passi sul ponte A e la vide, Anna Zirelli, che se ne stava sola, i gomiti appoggiati alla ringhiera, a taliare il mare. Molto triste, ogni tanto volgeva lo sguardo torno torno, manon vedeva la persona che tanto desiderava veder apparire nello scuro. Cecè Collura capì che quello era il momento giusto per dare la botta finale.

«Mi perdoni, signorina Zirelli, se la disturbo. Io sono…»

«… il commissario di bordo. So tutto di lei, so che è un poliziotto il quale…»

«Scipio le ha detto di me?» – l’interruppe Cecè.

«Sì. E mi ha detto che lei è uno sbirro molto intelligente e pericoloso.»

«Pericoloso per chi ha qualcosa da nascondere.



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